Da un Mondiale ad un altro

05 ottobre 2016
Categorie: Atleta

E’ passato poco più di un anno dalla mia prima vigilia mondiale da titolare: poco tempo, ma sembra tanto di più.

Lo dico subito, chiaro e tondo: il corridore che sono adesso avrei voluto esserlo l’anno scorso a Richmond. Non dico che avrei messo la ruota davanti a Sagan (chi avrebbe potuto, quel giorno?), ma oggi parlerei di quel circuito come un tracciato adatto a me, di quelli su cui ho dimostrato quest’anno di potermi esprimere su alti livelli con continuità. L’anno scorso credevo di poterlo fare, ma non lo avevo ancora dimostrato: in corsa, e nella testa, fa una bella differenza.

Il Qatar? Bella domanda. In primo luogo, c’è l’incognita del percorso: si vocifera da più parti di un percorso accorciato a causa del grande caldo (un “problema” che forse potevano aspettarsi, data anche l’esperienza dell’ultimo Abu Dhabi Tour…), di un Mondiale di 150 km e tutto in circuito. Premesso che il Mondiale è una corsa sempre sentitissima, e quindi difficile da gestire a prescindere dal percorso, in ogni caso mi dispiacerebbe vederlo assegnato su una distanza mutilata.

Per il resto, c’è l’incognita del vento, che riguarderebbe però solo la parte in linea – quella che potrebbe essere a rischio. Ma di questo capiremo di più una volta arrivati in Qatar.

Sono arrivato al ritiro della nazionale con il sorriso sulle labbra. Mi sento molto bene. La botta al gomito patita al Gran Bretagna è ormai alle spalle, e le gambe girano. La Bernocchi e il Piemonte, conquistati con la squadra azzurra (e primi due centri da tricolore), mi hanno dato un entusiasmo e una facilità, anche di testa, che forse non avevo mai avuto prima in carriera.

Penso soprattutto al Piemonte: alla partenza mi sentivo male, avevo qualche linea di febbre, pensavo addirittura di non finirlo per non rischiare la preparazione. Poi abbiamo fatto le prime due ore a tutta, 50 km/h di media, e pedalavo facile. Dopo si è fatta la selezione in salita, e sono rimasto con i 30 davanti. A quel punto, mi sono detto che se il fisico mi dava quelle risposte, non potevo tirarmi indietro di testa: volevo vincere. Negli ultimi 500 metri ho rischiato, e ho vinto l’ultima corsa disputata prima del Mondiale: meglio di così non potevo arrivarci.

Cosa è cambiato da Richmond a Doha? C’è di mezzo una stagione importante per prestazioni e risultati. Mi sento più maturo e più tranquillo, proprio perché sono riuscito a confermarmi su quei livelli che credevo di poter raggiungere, ma senza averlo ancora dimostrato del tutto. Una crescita che sentivo dentro, e della quale avevo parlato già dall’inizio stagione, sia con la squadra che all’esterno: mi sono messo la pressione addosso, e ho scoperto che non solo non la patisco, ma mi fa andare forte.

Prima di tornare al programma del ritiro, due pensieri flash. Il primo riguarda la Trek-Segafredo, con la quale abbiamo già avuto il primo meeting di programmazione 2017 dopo il Lombardia, e nella quale l’anno prossimo non ritroveremo Ryder Hesjedal e Frank Schleck, due corridori che proprio al Lombardia hanno concluso la loro carriera. A loro va il mio ringraziamento per questi anni (anno, nel caso di Ryder) vissuti insieme, e l’augurio di tutto il meglio per le prossime tappe della loro vita.

Infine, voglio inviare un sincero ringraziamento alla Provincia di Monza e della Brianza, che lunedì mi ha insignito del Premio Beato Talamoni come personalità brianzola capace di distinguersi nell’anno in corso. Purtroppo, la mia presenza in ritiro non mi ha permesso di partecipare di persona alla cerimonia, ma sono davvero onorato per questo importante riconoscimento, e spero di continuare in futuro a rendere orgogliosi i miei conterranei, tifosi di ciclismo e non. Magari anche a Doha.